#3 Ora Bella
La trilogia di Copenaghen, Hamnet
A dicembre ho letto una trilogia che mi è piaciuta molto. Ho subito pensato di volervene parlare ma poi ho visto un film al cinema che mi è piaciuto tantissimo e non ho saputo scegliere.
Questa ora bella avrà, quindi, un cambio sullo schema canonico. Tre libri (che poi in alcune edizioni è uno) e un film. Iniziamo.
La trilogia di Copenaghen di Tove Ditlevsen
Infanzia – Gioventù – Dipendenza
È una biografia o per meglio dire un memoir. Tove Ditlevsen racconta la sua vita: fornisce un ordine a momenti e ricordi che accompagnano la sua infanzia e poi la sua giovinezza ma, soprattutto, riesce a costruire il filo dei piccoli e grandi dolori che le faranno incontrare la dipendenza da sonniferi.
La scrittura è asciutta e stringata ma è estremamente ricca di significati. La scrittura e, in particolare, le sue poesie sono il rifugio, il suo modo per raccontare il mondo.
In alcuni momenti nella lettura del memoir mi è parso che quella narrazione di sé fosse quasi terapeutica, un modo per tenere insieme dentro e fuori, per cercare la strada per riconoscersi e rispecchiarsi.
La madre di Tove è enigmatica, distante ed estremamente poco affettiva ma potente nel condizionare l’intero clima emotivo che si respira nella casa. È una donna molto infelice. Nel tempo Tove cambia il modo in cui la guarda: se nell’infanzia è uno sguardo ferito dalla distanza emotiva, nel corso della vita Tove inizia a scorgere il dolore di quella madre che non è in grado di vederla e che porta sull’altro tutta la frustrazione per la vita che ha scelto e che le è capitata.
Il padre, invece, è visto da Tove come un rifugio e gli riconosce una sensibilità e una quota affettiva. Anche il modo in cui vede il padre muta nella crescita, riuscendo a scorgere anche la sua passività e l’impossibilità per lui di appoggiare Tove nelle sue attitudini e propensioni. Del resto, Tove ha scelto una vita in rottura con ciò che ci si aspettava da una femmina. Lui rimane un uomo del suo tempo, un potenziale che rimane inespresso.
La dipendenza è per Tove un tentativo di colmare un vuoto psichico e un dolore sordo.
“Il mio umore si abbassa come il livello di sappia nel bulbo superiore di una clessidra”.
Incapace più di desiderare e di agire nel mondo si anestetizza, placando il dolore.
“Poi mi pratica l’iniezione e, via via che il liquido della siringa mi entra nel braccio, in tutto il mio corpo si propaga una beatitudine che non ho mai provato in vita mia. La stanza si espande fino a diventare una sala radiosa e io mi sento del tutto rilassata, torpida e felice come non mai.”
Nonostante i tentativi di disintossicazione, morirà a causa di un eccesso di sonniferi.
Penso ad alcune storie cliniche in cui l’uso (e a volte l’abuso) di sostanze sembra assumere il senso quasi di un uso farmacologico, una primordiale ricerca di una “cura”. La sostanza che fa al posto della persona, che risponde ad un bisogno immediato. Il pensiero spesso connesso è quello di poter domare e controllare quell’oggetto esterno e il cadere, infine e senza accorgersene, nella dipendenza. Nella dipendenza l’oggetto (o il soggetto) da cui si dipende diventa assoluto e spesso l’unica forma di relazione che esclude tutte le altre.
Ho ricevuto nel tempo molti racconti di persone che frequentavano, ad esempio, gruppi in cui si faceva uso di cocaina e il racconto era spesso il medesimo: diventava un gruppo orientato al compito; quando farsi, come procurarla, dove. La dipendenza parla la lingua della simbiosi e non lascia spazio ad altro, negando la relazione con l’altro.
Mi pare che Tove soffrisse, ad un certo punto della sua vita, del male di non saper vivere. Mi chiedo se a volte puoi sentire che la tua vita non ti appartiene, smettendo di essere capace di viverla così com’è o, forse, che le scelte che hai fatto nel tempo in qualche modo non ti danno la prospettiva che avevi immaginato. Forse, ti saresti immaginata più felice, più soddisfatta con maggiori possibilità e prospettive.
Mi è venuta voglia di conoscere Tove Ditlevsen. La cercherò tra gli scaffali, per poterla incontrare.
HAMNET
Se dovessi trovare due parole sceglierei Lacrime e Amore.
Ero in una sala piccola e raccolta, in un cinema che mi piace tanto, con una persona con cui si può stare anche in silenzio perché quel silenzio non è mai vuoto. Insomma, c’erano tutte le condizioni buone. Non leggo mai dei film, immaginavo il tema.
Il film si apre in una modalità quasi fiabesca che a me ha ricordato Sogno di una notte di mezza estate, con quella aurea di magia, di lentezza e di sospensione.
Agnes, interpretata dalla magistrale Maggie O’Farrell, è un personaggio potente, enigmatico e intenso. Incontra il tutore e si innamorano. Lui non viene quasi per tutto il film chiamato con il suo nome, William.
È un film intimo che parla di amore ma soprattutto di dolore e di tutte le sfaccettature che può prendere l’elaborazione del lutto, che è un percorso personale e spesso che esclude più che ricercare vicinanza. È un luogo di intimità con sé e con la propria ferita che, anche se può essere di altri colpiti dalla stessa perdita, ha movimenti e circonvoluzioni uniche. Nel dolore non ti capisci tra pari. Il dolore è mutevole, si può trasformare in rabbia e prendere la forma della paura. Il dolore del lutto è un’onda che ti colpisce e di lascia inerme e che può farti sentire mancare l’aria. Quando sei nel centro di quell’onda puoi pensare che non passerà mai e che non sopravvivrai. C’è un mondo prima e un mondo dopo, in cui però all’inizio non ne capisci il fine e la prospettiva. Anche il tempo può sembrare dissestato nella sua quantità: tanto o poco dall’evento, tanto o poco dalla vita in cui nulla era accaduto. A volte sembra che sia composto da tanti pezzi diversi, visibili ma che fanno fatica a stare insieme. Il lutto è un processo ma non è lineare. Esistono in letteratura delle accurate fasi ma si procede attraverso per passi avanti ed indietro. Ognuno nel suo modo, ognuno con i propri strumenti.
Anche nel film ci sono modi diversi per affrontare il lutto e il dolore e c’è William che sembra incapace di condividere il dolore di Agnes e che è distante, trova il suo modo, in un movimento catartico.
Non vi dirò di più. Solo, che arriva dentro e poi non esce più. Rimane.
Ho iniziato a scrivere Pensieri Sospesi più di un anno fa ed è un progetto che mi rende molto contenta e che sento molto mio. Questo 2026 è partito per me un po’ in salita e con la necessità di occuparmi dello spazio fuori e di aver cura di quello dentro di me.
Spero di riprendermi presto lo spazio per scrivere.
Un saluto,
Valentina



…ho appena acquistato tove ditlevsen, la trilogia di Copenaghen. Grazie infinite per questi contenuti, per le parole che usa - che mi risuonano, e mi fanno innamorare.